Ci sono luoghi in cui il vino non è semplicemente una bevanda, ma una misura del tempo. A Torano Nuovo, tra le colline teramane che degradano dolcemente verso il mare, questo concetto non è una teoria astratta: è il battito di un intero mondo.
Sedersi a tavola qui, circondati da grandi vetrate luminose che incorniciano i filari ordinati e i colori caldi del tramonto, significa entrare in punta di piedi in una storia di famiglia, di terra e di una cocciutaggine visionaria che ha cambiato per sempre il destino dell’enologia italiana.
E quel senso di rispetto e sospensione oggi risuona ancora più forte, a poche settimane dalla scomparsa di Emidio Pepe. A novantaquattro anni, il patriarca che aveva capito il futuro del vino cinquant’anni prima di chiunque altro ci ha lasciato, ma la sua eredità non risiede nei libri di storia: vive intatta in ogni bottiglia impilata nella cantina storica, tra polvere, etichette scritte a mano e annate che sfidano i decenni.
Il ritmo dell’orto e della tavola
L’esperienza gastronomica qui segue una liturgia antica, fatta di stagioni e di un legame viscerale con la terra. Il menu si svela come un racconto delicato: si comincia con i sapori puri e diretti dell’orto — un gioco fresco e immediato di melone, pomodoro e cetriolo — per poi scivolare nei piatti caldi e avvolgenti della tradizione rivissuta con grazia.
Il mare e la terra si sfiorano nei dettagli: la consistenza perfetta del moscardino con la sua salsa scura, la frittata con peperone e bottarga, e quel comfort food supremo che è lo spaghetto legato da pomodoro, strutto e ricotta salata. Ogni portata è pensata per dialogare con i vini in un percorso di degustazione a sette voci, un crescendo calibrato che sa di casa ma sa anche volare altissimo.
Calici che parlano al futuro
Nel bicchiere, l’Abruzzo si mostra in tutto il suo fiero orgoglio e nella sua sconfinata eleganza. Si comincia con la luminosità tagliente e minerale del Trebbiano d’Abruzzo (nelle sue espressioni più giovani e vive, come la produzione 2024, fino a incrociare i millesimi storici), passando per la complessità tesa e verticale del Pecorino Colli Aprutini IGT 2022, per poi approdare alla profondità rubino e austera del Montepulciano d’Abruzzo.
Aver la fortuna di percorrere la cantina e di stappare o ammirare le annate che hanno fatto la storia — dal Montepulciano 2003, 2010 fino alla vibrante energia del 2020 — restituisce la misura di cosa significhi “fare un passo indietro” per lasciare che sia il tempo a compiere l’opera. Emidio non ha mai inseguito le mode: le ha semplicemente anticipate scommettendo su una longevità che all’inizio sembrava un’eresia.
Un’eredità viva
Fuori, il buio della sera avvolge le colline teramane, mentre all’interno la cura per i dettagli — dai calici perfetti alla calda accoglienza delle camere — ti fa sentire parte di una stirpe di custodi.
Emidio Pepe non c’è più, ma a Torano Nuovo non si avverte alcuna assenza definitiva. Si avverte piuttosto la quieta certezza che le cose fatte con amore, fatte per durare e per sfidare i secoli, non abbiano bisogno di clamore. Continuano a parlare attraverso il profumo di un grande calice, il silenzio di una cantina secolare e la promessa di un vino che, esattamente come i grandi patriarchi, non smetterà mai di invecchiare bene.





